venerdì 24 ottobre 2014

Rudy Rotta: intervista al bluesman "Europe's Top Act"


Rudy Rotta è uno degli artisti blues italiani più famosi, all’estero soprattutto. Definito dal pubblico americano "Europe's Top Act", cosa mai avvenuta per un artista italiano. Ha condiviso il palco con B.B. King e Robben Ford ed è stato personalmente invitato da Beppe Grillo ad esibirsi nel clou della manifestazione capitolina per Italia 5 Stelle lo scorso venerdì 10 ottobre dalle ore 20 alle 20:30.

Oggi, vi propongo quindi un salto nel blues, con una sua intervista.

Leggete sotto.

Rudy, a 40 anni hai deciso di vendere la tua azienda e dedicarti solo alla musica. Un passo coraggioso....

Coraggioso assolutamente sì ma al tempo stesso non così difficile da fare. Io ho sempre voluto vivere di musica, a patto di non considerarla mai una forma di lavoro bensì una forma d'arte; purtroppo, fino ad un certo punto della mia vita, questo non è stato possibile e allora ho “ripiegato” per vent'anni su di un'altra attività. Poi, giunta l'occasione, vendere l'azienda è stata solo la logica conseguenza del desiderio di realizzare il mio sogno di ventenne. È stata una scelta che ha portato inevitabilmente con sé una buona dose di sacrifici (e li porta ancora adesso) ma le soddisfazioni che mi sto togliendo, in ultimo proprio la partecipazione all'evento del Circo Massimo con Beppe Grillo, valgono di gran lunga il sudore e la fatica di tutti questi anni.

Come mai proprio il blues?

Beh, ho sempre ammirato, fin dagli albori, formazioni come Animals e Spencer Davis Group. Il loro sound ha preso veramente tanto spunto dal blues, soprattutto quello made in USA, e io ne sono rimasto affascinato all'istante. Il blues ha questo potere incredibile, quasi taumaturgico, di tirar fuori quel che si prova, di rovistare nel profondo senza alcun bisogno di seguire regole..è musica che ti guarda dritta in faccia, è vera, o ce l'hai oppure no e io la adoro per questo.

Non ami definirti un bluesman, ma un amante del blues. Perchè?

Non nasco con il blues, che è stata infatti una scoperta successiva al beat e al rock. Ritengo inoltre che attorno al concetto di blues, nel nostro paese, non ci sia un'idea prettamente chiara. Mi riferisco al fatto che diversi musicisti, senza stare a fare nomi, hanno indossato questo vestito sonoro senza meritarselo minimamente, cosa che trovo offensiva e ridicola. Non sto nemmeno affermando che si debba essere nati e cresciuti sulle rive del Mississippi o in Louisiana per poter essere ritenuti dei bluesman ma quantomeno conoscere, “sentirsi scorrere nelle vene” questa musica ed averla suonata con i maestri del genere beh, mi pare alquanto imprescindibile.

Hai collaborato con i più grandi, da B.B King, Allman Brothers, Etta James, Trouble, John Mayall, solo per citarne alcuni, ma credo che la più grande soddisfazione per te sia stata essere stato invitato a suonare con B.B. King al Festival Jazz di Montreux. Ci ricordi quella esperienza?

È, fra i tanti che ho la fortuna di conservare, forse il mio ricordo più bello. Fu B.B King nel 2001, dopo che avevo già avuto modo di suonare più volte con lui in passato, a volermi personalmente sul palco a “jammare”. C'è un aneddoto molto curioso riguardante quella serata: mi trovavo nella sala VIP con B.B. e il direttore artistico a sorseggiare dello champagne quando mi resi conto che Van Morrison, che avrebbe fatto da opening act allo show di B.B., mi osservava sospettoso cercando di capire chi potessi mai essere. Non nego che provasse addirittura una certa invidia.. Dopo la mia performance con B.B., tornando verso il backstage, me lo trovai di fronte e con aria scherzosa gli dissi: “Now you know who i am…….” Risata collettiva!

Hai suonato con quasi tutti i tipi e modelli di chitarra. Quale usi oggi?

Ne ho molte, alcune che uso spesso, altre no. Direi che la mia prediletta è senza dubbio una Strato '62 Sunburst acquistata a Los Angeles nel 1988; poi possiedo una Strato del '65 bianca (riverniciata), suonata da Gregg Allman e Sonny Landreth al Pistoia Blues Festival; una Strato del '66 Fiesta Red, sotto segnalazione di un fan, trovata in una cantina di un distributore di benzina nel Mantovano (quando si dice “chi cerca trova..”); una Telecaster del '51, suonata da Peter Green nella mia versione di Black Magic Woman nel mio album Some Of My Favorite Songs; e poi ancora una Gibson 345 del '68, cherry red, che non uso spesso poichè di difficile gestione durante gli accompagnamenti quando canto; una Strato RR Signature Model che uso solo per fare slide; una Strato messicana, azzurrina, anche questa firmata, sulla quale ho montato dei pick-up Van Zandt, essendo io endorser della stessa e poi recentemente ho acquistato 2 Gibson SG, ambedue versioni economiche ma che adoro per via dei nuovi suoni e nuovi manici che mi stimolano a tirar fuori qualcosa di diverso; infine una chitarra acustica Maton della quale sono endorser.

Rudy Rotta vanta - primo italiano estraneo al panorama Pop - la realizzazione, da parte della Fender, di una chitarra Signature Model a lui dedicata, la Strato Rudy Rotta. Sono soddisfazioni....


Sì, è un riconoscimento di cui vado molto fiero. Tra le chitarre menzionate in precedenza e che uso ancora oggi, fu costruita dalla Fender Europe e mi venne poi personalmente consegnata, prima di un mio live show nel 1994 a Londra, da Mr. Jamie Crompton, l'artist manager della Fender di allora. Ne ho anche un'altra, anch'essa firmata e di cui accennavo prima, ovvero uno Strato messicana consegnatami dalla Sig.ra Patrizia Bauer della Casale & Bauer in occasione del Disma di Rimini nel 2002.

Qual è la situazione del blues in Italia e nel mondo?

Il blues in Italia è cresciuto molto nelle ultime due decadi. Noto una folta presenza di musicisti che sanno il fatto loro ma aggiungo che non vedo al momento progetti originali di alto livello; vero anche che non conosco tutto quello che bolle in pentola e quindi non voglio generalizzare. Posso dire che nella musica ho sempre dato molta più importanza alla bravura e al gusto, non amo quei musicisti tutto assoli e nessuna cura nella melodia e nell'arrangiamento. Per quanto riguarda la situazione internazionale, al momento mi piacciono la Derek Trucks Band, sul versante elettrico, in special modo gli ultimi due dischi e poi Keb Mo’, un musicista che si avvicina al Delta blues e che ha un ottimo feeling con lo strumento, anche in versione “unplugged”.


Oltre al blues, ami anche il rock. A cinquant'anni dal primo disco degli Stones e dallo sbarco in America di entrambe le band, hai infatti realizzato “The Beatles vs The Rolling Stones”, un prezioso album che raccoglie e mette a confronto la musica, la storia e la rivalità vera o presunta fra le due iconiche band che più hanno smosso e rivoluzionato la noiosa tranquillità musicale che le aveva precedute. Cosa troviamo in questo album?

È in primo luogo un atto d'amore, un riconoscimento alle due band più importanti della mia vita, non solo artistica. Del resto, la mia infanzia e adolescenza sono state profondamente segnate dalla magia che Beatles e Stones sono riusciti a sprigionare; un sogno che avevo in mente da un po' di tempo e che finalmente ho realizzato. È inoltre il mio modo per celebrare, come accennavi, il 50esimo anniversario di entrambi i gruppi nonché l'occasione di mettere mano su canzoni immortali con le quali sono cresciuto e che continuano ad esercitare un fascino incredibile su di me e su milioni e milioni di ascoltatori in tutto il globo.

Come dice la frase di Billie Holyday che hai inserito nel booklet dell’album: “Tutti dobbiamo essere differenti”. Come hai riarrangiato i brani? Cosa c'è di tuo? 

Se copi, non sei un artista. Io la penso così. Significa essere privi di sentimento sincero e fare qualcosa senza sentimento equivale a non dargli valore. The Beatles vs The Rolling Stones è un tributo, non una replica, a due gruppi fondamentali per la mia carriera ma è al tempo stesso un modo per far capire alle troppe tribute bands in giro che anche quando la musica che stai suonando non è la tua è comunque possibile, anzi direi doveroso, cercare di metterci del proprio, di lasciare un'impronta del tuo passaggio. È in sostanza quello che ho cercato di fare con questo disco, registrato tutto completamente in analogico ed in cui, attraverso lo stesso ritmo, lo stesso groove e la cura nella scelta sia dei suoni che degli arrangiamenti, ho accoppiato due brani: uno dei Fab Four e uno delle Pietre Rotolanti che, apparentemente lontani stilisticamente, sono diventati una sola traccia. È stato anche un modo per far apprezzare al pubblico alcune canzoni di Beatles e Stones che non conosceva. Incredibile, no?

Cosa hai portato sul palco a Roma il 10 ottobre?


E’ stata un’esperienza molto bella sotto ogni punto di vista e appoggio pienamente il pensiero base di Beppe Grillo: “MANDIAMOLI TUTTI A CASA”. Da lì partono un po’ tutte le mie riflessioni. Gli italiani devono riuscire a mandarli tutti a casa e poi si ricomincia. Dal punto di vista musicale, suonare al Circo Massimo è stata una grande soddisfazione, non capita tutti i giorni; ho proposto tre brani in totale, iniziando con Lookin’ Good, seguita poi da Bad Bad Feelin e The Last Time. Beppe è entrato sulle ultime due. Sono riuscito a creare subito un cordone ombelicale con il pubblico e, non essendo io un artista “famoso”, non era facile smuoverlo. Io credo di esserci riuscito con il linguaggio della musica. L’intervento di Beppe è stato molto simpatico come sempre e comunque, nonostante lui improvvisi tutto e noi dietro a ruota, si sente che ha ascoltato tanto blues perché il suo feeling non è niente male..

I prossimi step?


C'è sicuramente un nuovo album in serbo per il 2015, poi un progetto dedicato ai bambini che dovrebbe uscire entro la fine dell'anno, battezzato “Volo Sul Mondo”, e nel frattempo tanti concerti in giro per l'Europa. Potete rimanere aggiornati visitando il mio sito ufficiale www.rudyrotta.com alla voce “tour”.

https://soundcloud.com/rudy-rotta







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