martedì 31 maggio 2016

Settanta volte Sette – The drama musical: recensione e curtain call


Piccoli spettacoli crescono.

Che meraviglia quando, come sta accadendo in questo periodo, salgono sui palchi italiani nuovi musical inediti, scritti e nati in Italia, magari con temi particolari, che non siano solo lustrini e paillettes.

E’ il caso di Settanta volte Sette – The drama musical (scritto e diretto da Marisa Della Pasqua con le musiche di Maurizio Desinan), uno spettacolo inedito tutto italiano che ha debuttato in prima assoluta al Teatro Delfino di Milano.
SOTTO, IL VIDEO DEL CURTAIN CALL DEL 29 MAGGIO.



Volontà ferrea quella di portarlo in scena da parte degli autori, che hanno confezionato uno spettacolo assolutamente ben fatto e curato.

L’esperienza di oltre 20 anni nel settore della prosa ha fatto aggiungere allo staff la parolina “drama” all’usanza comune, ormai, di appiccicare il sottotitolo “musical” a tutti gli spettacoli musicali.

Fatti e non parole, perché, cosa che raramente accade, in questo drama musical assistiamo ad una vera recitazione da prosa: un allestimento che è partito da alcuni giorni di improvvisazione, prima della classica lettura e delle prove in piedi, ed ha partorito un’interpretazione misurata, naturale, emotiva e mai sopra le righe o forzata, come accade spesso nei musical.

E’ questa la prima cosa che balza agli occhi e, vivaddio, alle orecchie dello spettatore, che in questo modo riesce a calarsi fin da subito in una trama importante, dove il plot narrativo, che si dipana tra flash back (o flash forward?) e presente (o passato?), porta in primo piano il tema universale del perdono, visto dal punto di vista della religione cristiana.


L’assoluta neutralità dei costumi, con spesso un tocco di originalità, e la geometria compositiva delle scene da maschera nuda firmate Mattia Bordoni, non collocano volutamente lo spettacolo in un momento temporale definito.

Tutto diventa simbolo, quindi, come lo è il titolo stesso, dove la citazione del Pietro della Bibbia, Settanta volte sette, è la metafora dell’infinito, del sempre, dell’otto orizzontale.


Nulla però diventa didascalico e pesante: le musiche rock, eseguite con una straordinaria band dal vivo (diretta da Gianluca Sambataro), danno energia e vigore alla messa in scena, dove si muovono 16 attori professionisti, di diversa estrazione, ognuno con un ruolo definito, che ha una storia alle spalle e che cancella totalmente la figura dell’ensemble.

E se una figura magrittiana, con bombetta, mani in tasca e sorriso ironico, si aggira intorno ai personaggi (Gianluca Ciatti, definito “Un Uomo”), facendo sentire la sua voce solo in un bel pezzo vocale, i sottotesti che ogni attore si porta dietro affascinano lo spettatore e lo rendono partecipe, al di là della fede religiosa.

Andrea Spina è il Shaul da Miglio Verde, condannato in attesa di giudizio nel braccio della morte, trasfigurato, ma sempre uomo, dal perdono di vent’anni prima, in attesa di un altro perdono, che non si sa se in arrivo o meno.
Paola Della Pasqua è il Potere, costruito sul rancore e il desiderio di vendetta, mentre i loro alter ego giovanili sono Selene Demaria (Ellie) e Bruno Barone.

Accanto a loro, la figura positiva per eccellenza è Roberto Serafini (Jonathan), Michele Radice è l’Avvocato, Maurizio Desinan/Secondino, Natascia Fonzetti /Benny, Elisa Filace/Sarah, Alessia Punzo/Cora), Simone De Rose/Macho, Sandro Argentieri/Latticino), Alessandro Milione /Smilzo, Emanuele Revalente /Luìs e i piccoli Aaron e Nathan, in alternanza per un delizioso cameo.

Il pubblico c’è e risponde a questo genere di operazioni.


Forse la parte che va più educata non sono gli spettatori, curiosi e affamati di cose nuove, ma gli operatori teatrali, che ancora spesso non rischiano e preferiscono puntare su titoli storici e nomi in cartellone: queste piccole produzioni (questa è di VivaVoce), nuove, originali e coraggiose, andrebbero invece incoraggiate e portate nei grandi teatri, magari con rassegne separate, ma meritano assolutamente di entrare nel circuito ufficiale e maggiore.

Non perdete l’occasione, in un futuro magari non troppo lontano, di regalarvi due ore di “musical drammatico”, anche accanto al classico titolo di cartellone, per portarvi a casa quel qualcosa, che spesso, solo la prosa di livello può dare.



FOTO IN PAGINA E NELL'INTERVISTA DI ANGELO REDAELLI