domenica 10 dicembre 2017

Lando Fiorini, il ricordo di Silvia Arosio e la videointervista al Puff


Chi mi segue, sa che nono sono solita scrivere un pezzo tutte le volte che qualche “grande” lascia questa terra.

Nell’era del digitale e della notizia flash, sempre più veloce per la smania di arrivare primi, anche con il rischio di cadere nelle trappole delle “bufale”, i giornali cartacei (ed spesso anche quelli online) hanno addirittura pronto il coccodrillo, cioè (da wikipedia), nel gergo giornalistico, un articolo commemorativo, già confezionato, sulla vita di un personaggio noto, al fine di pubblicarlo appena giunta la notizia della sua morte.

Non è da me. Forse perché mi piace considerare questo mio portale più un approfondimento che un sito di breaking news. O forse, perché semplicemente, “mi pare brutto”, triste, sconveniente, malaugurante.

Questa volta però devo per forza scrivere qualche parola. Così, di getto, senza coccodrilli.
Per una milanese (non imbruttita), come me, Roma è sempre un po’ stata un mito. Fin da piccola, avevo un amore viscerale per questo particolare museo a cielo aperto, con pini marittimi, gente allegra e tempo bello.

Non avevo mai visto la capitale, a 4 o 5 anni, ma l’avevo fortemente idealizzata.

Ed un po’ la “colpa”, per questo mio grande amore, è stata di Lando Fiorini e le sue canzoni. Mi innamorai di Roma, a 4 o 5 anni, ed un po’ anche di Lando.




All’epoca, Fiorini portava lo stornello romano in TV: ed io rimasi affascinata, di quei fior delle valli, del lungo Tevere che corre, e di un balcone lassù.

Quando iniziai a frequentare Roma, da grande, volli, fortissimamente volli, andare al Puff a conoscere il mitico Lando.

Fu una grandissima emozione, conoscerlo ed intervistarlo, perché era esattamente, come lo immaginavo.

Non una maschera o un’immagine falsa: era vero, pulito, innamorato di Roma, generoso, malinconico, gioviale, sempre fedele a se stesso, coerente, “romano”, ma romano “de borgata” sì, ma non trash, non coatto, come qualcuno vorrebbe definirlo. Forse un po’ triste, ultimamente, per la sua città bistrattata.

Perché lui semplicemente era Roma, quella autentica, quella antica. Come e più di Rugantino, perché la voglia di lavorare Lando l’ha sempre avuta, dal primo all’ultimo giorno, la voglia di partire dal basso, facendo mille lavori e di cantare.

Da allora, non sono mai scesa nella città capitolina, senza ascoltare nell’Ipod le sue canzoni (il figlio Francesco, che ringrazio ed abbraccio, mi regalò un magnifico cofanetto).

Sulle sue note, una volta mi sedetti al centro dell’Isola Tiberina, sotto il monumento, a guardare i passanti ed a cercare la vera Roma.

Sulla sua musica, ho sognato, riso, pianto, cantato a squarciagola, mi sono innamorata, mi sono illusa e disillusa.

Un piccolo spazio romano, che tenevo solo per me, sentendomi di volta in volta Ciumachella o Rosetta.

Girando per Campo Dei Fiori o Trastevere, ho canticchiato quanto mi apparisse bella Roma, nonostante i san pietrini sconnessi, la monnezza, o la politica.

Davanti a Pasquino, ho ripensato alla Sagra dell’Uva.

Al Puff, ho rivissuto tutto questo, “magnando” e divertendomi.





Ora la Voce e l’Anima de Roma, il suo “core”, si è spento. Ma è davvero così?

C’è tristezza ora, certo. C’è nostalgia, malinconia.

Ma per me, i vicoli di Roma, il lungo Tevere, il Cupolone, risuoneranno per sempre degli stornelli di Lando Fiorini.

‘Na voce s'arisente.


Mi auguro che la politica non faccia morire questa Roma. Che i romani siano di nuovo orgogliosi di esserlo.

E che Lando resti sempre la Roma bella, antica, accogliente, de coltelli, forse, ma anche de core, che era ai bei tempi.

Ciao, core.

Sotto, la mia intervista. E vi prego, ascoltate di nuovo le sue canzoni, romani e non.



OGGI IN CAMPIDOGLIO DALLE 15 ALLE 20 CAMERA ARDENTE.
LUNEDI I FUNERALI.