venerdì 13 novembre 2015

Cabaret Rancia: la recensione di Silvia Arosio


Willkommen, bienvenue, welcome. Benvenuti al CABARET, dove tutto è meraviglioso.

Ma lo è davvero?

La nuova versione di Cabaret della Compagnia della Rancia è quella dove Marconi ha voluto mettere tutta la durezza, l'amarezza, la decadenza di un'epoca che aspetta.

Come un “sabato del villaggio” al negativo, tutti vivono aspettando (Godot?), ma fingendo che vada tutto bene, una catastrofe che si respira già nei locali fumosi della Berlino dei primi anni '30.

Lo spettro del nazismo aleggia già dall'apertura del sipario.. ops ma sipario non c'è, nella meravigliosa versione della scena di Gabriele Moreschi (studiato con lo stesso regista): piuttosto uno straccio chiaro, con i drappeggi disegnati quasi carnalmente dalle luci vintage di Valerio Tiberi.

Un'atmosfera sospesa di grande precarietà, con corde, tiranti e pedane che diventano porte.
E se deve essere precarietà, i personaggi in Cabaret vivono superficialmente, senza leggere un giornale, facendo finta “che non c'è”, o, come diceva Dalida, Je vis comme si j'étais éternelle
Comme si les nouvelles étaient sans problèmes.

Tutto è facciata e divertimento forzato, al Cabaret, dove le preoccupazioni vanno lasciate fuori, alla ricerca dell'oblio, di soldi, di alcool, di sesso.

E sarà proprio il Caronte della situazione, il Maestro di Cerimonie, un po' Hide, un po' Corvo, un po' Joker, Giampiero Ingrassia a condurci nell'inferno rosso del Cabaret, dove tutto è forzatamente bello, allegro, finto.

Un MC totalmente diverso dai due delle precedenti versioni di Marconi: Ingrassia è una maschera, dove il trucco sul viso non nasconde ma esalta, un'icona di sadismo disperato, un urlo di Munch di rassegnata cattiveria, un ruolo che il Maestro di Cerimonie si è cucito addosso, per assommare tutto il dark del mondo. Ingrassia seduce, incanta, repelle, mistifica. Dimenticatevi il Dottor Frankestein. Giampiero, da grande professionista, ha saputo reinventarsi ancora una volta. Con un'interpretazione da manuale ed una voce perfetta, senza tentennamenti, in tutte le tonalità. Vi fidate di lui?


Accanto a lui, la regina della scena, la Sally Bowles di Giulia Ottonello è superba: quanto davvero è superficiale una ragazza di 19 anni che afferma “Cosa c'entra con noi la politica”? Quanto può essere “leggera” una giovane donna che sogna di fare l'attrice e che, come una Mary Poppins per adulti, per definizione di ruolo, non si può e non si deve affezionare a nessuno e lascia “la festa”, senza preavviso? Seducente, elegante e lasciva nello stesso tempo, Giulia disegna un personaggio dai mille perché sotto la superficie, che diventa essa stessa maschera di teatro, passando dal sorriso clownesco alla tragicità del suo brano Life is Cabaret, urlato e pianto, fino al crollo emotivo finale. Una star, anzi, un pianeta, senza caschetto, per una Sally Bowles tutta sua. Lo direte alla sua mamma?

Suo opposto, giovane romanziere americano in cerca di ispirazione Cliff Bradshaw (ascoltate l'intervista di Lucio Leone a Mauro Simone), pieno di belle speranze, sognatore, squattrinato, una figura classica, mai sopra le righe, tratteggiato con delicatezza da Mauro Simone. In scena con Giampiero Ingrassia, mai si incrociano, vivono su due piani diversi, il sogno e la realtà. Realizzerà i suoi sogni?

Trait d'union, il vivace e colorito sottomondo del Kit Kat Klub, come le sue “vergini” Kost/Valentina Gullace, Ilaria Suss, Nadia Scherani, Marta Belloni, ed i due boys Andrea Verzicco e Gianluca Pilla. E' qui che scopriamo una Gillian Brice totalmente nuova: la regina delle coreografie del musical in Italia (cercate in questo sito quanti spettacoli sta seguendo), ci propone delle coreografie totalmente inaspettate per il suo stile, ma perfette per un locale dove la sensualità è spinta agli estremi, certamente diversa da quella di Dirty Dancing, ma dove dirty assume il senso più carnale e volgare della parola.
I costumi burlesque di Carla Accoramboni confenzionano i quadri che sembrano serigrafie di altri tempi.

Se da una parte troviamo il limbo fumoso del Kit Kat Klub, infatti, sull'altro piano troviamo la prosaicità delle stanze in affitto della Berlino pre nazista (incarnata nell'Ernst Ludwig di Alessandro Di Giulio), dove una camera sfitta vale certamente meno di una pagata 50 marchi, anche se ne vale 100, più di 100. Vi pare?

La pragmaticità regna sovrana in una repubblica di Weimar, in cui lo spettro del Führer è capace di mettere la parola fine ad un amore tardivo di due non più giovanissimi berlinesi, soprattutto se lui del tutto tedesco non è.

Così, l’austera Fräulein Schneider/Altea Russo, che ha fatto tutto da sola nella vita e ci sembra una donna forte e ben costruita, crolla in mille pezzi e rifiuta un matrimonio, mentre il timido e riservato ebreo Herr Schultz/Michele Renzullo si trova a dover fare i conti non solo con un affanno di cuore, ma anche con uno più totalitario.

Il finale è scoinvolgente. Lascia senza fiato.


La colonna sonora famosissima di John Kander (liriche di Fred Ebb, ma qui tradotte dallo stesso Michele Renzullo, con l'adattamento di Marconi) rappresenta solo il valore aggiunto di uno spettacolo praticamente perfetto, musiche sottolienate, ancora di più, a Milano, dall’orchestra dal vivo, diretta da Riccardo Di Paola (supervisione musicale di Marco Iacomelli).

L'amore smisurato di Saverio Marconi   per questo spettacolo si trasmuta in una regia personalissima, precisa, rigorosa, sentita, per un Cabaret tutto nuovo, diverso dalle precedenti versioni ed assolutamente da vedere.

Avete notato quanti quesiti sono emersi in questa pagina? Ve ne porrete tanti, vedendo questo spettacolo: come dice MC stesso, vi emozionerete, piangerete e vi farete molte domande.

Una in più: il musical è anche questo? Rispondete vedendo lo spettacolo.

Auf Wiedersehen e....mazel tov (מזל טוב) a Cabaret!



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